|
Progetto West, ricerca evidenzia: su 1940 sfruttatori, il 17% sono donne. Ciconte: ''Reclutano le ragazze nei Paesi d'origine. E hanno compiti di controllo''. L'88,6% delle donne arriva volontariamente, poi finisce all''asta'.
BOLOGNA – “Maman”, “madame”, donne che sfruttano altre donne, ragazze costrette a essere parte attiva del traffico di altre ragazze. Se fino a qualche anno fa era una realtà messa in pratica esclusivamente nello sfruttamento delle ragazze africane (principalmente nigeriane), ora è una modalità diffusa anche nella gestione del traffico delle donne che arrivano dall’Est Europeo. E’ questo uno dei dati principali messo in evidenza dalla “Ricerca sui flussi e le rotte della tratta per fini di sfruttamento sessuale in Italia delle donne provenienti dall'Europa dell'Est”, condotto da Enzo Ciconte all’interno del Progetto West (Women East Smuggling Trafficking).La ricerca ha analizzato 3340 persone, tra cui 1400 vittime e 1940 trafficanti sfruttatori: l’83% uomini e il 17% donne. “Innanzitutto devo fare una premessa – spiega Enzo Ciconte, coordinatore scientifico dello studio – la ricerca si basa esclusivamente su documentazione giudiziaria, con dati certi e sicuri, e riguarda solamente le donne dell’Est europa, non quindi le ragazze nigeriane e del sud america. Il dato significativo è che su 1940 sfruttatori, il 17% sono donne. Questa è una tendenza che si è delineata negli ultimi anni: cominciano infatti ad esserci molte donne che gestiscono lo sfruttamento delle ragazze originarie dell’Est Europa, proprio come faceva, e fa, la ‘maman’ nigeriana”.
Che ruolo hanno queste donne? “Ne hanno diversi. Innanzitutto bisogna dire che continuano ad avere un ruolo subalterno, perché sono le donne di fiducia del capo - l’uomo -, costrette anche loro sulla strada. Diventano però, allo stesso tempo, carnefici perché stanno dalla parte del capo. Le donne hanno il compito di reclutare le ragazze nei Paesi d’origine, sono il contatto tra l’Est e l’Italia. Molto speso sono loro stesse ad accompagnare le ragazze durante il viaggio, o comunque sono loro che le affidano a qualcun altro. Il secondo compito che hanno è quello di controllo: se una volta c’era l’uomo, il fidanzato, a sorvegliare per strada le ragazze, ora ci sono altre donne. Chiaramente, in questo modo, lo sfruttamento diventa invisibile dall’esterno, si mimetizza. Ci sono infine altre donne che riscuotono i soldi”.
Da dove arrivano le ragazze? Sono cambiate negli anni i Paesi di provenienza? “Sono quattro le nazionalità principali di provenienza delle ragazze: Albania, Romania, Moldavia e Ucraina. Con la novità che le ragazze albanesi, rispetto agli anni Novanta, sono drasticamente diminuite, mentre aumentano invece le ragazze moldave e rumene. Se tra il ’96 e il ’99 le donne albanesi erano il 40%, nel 2003 sono passate al 15%. E qui c’è un’altra considerazione da fare: se diminuiscono le ragazze albanesi sfruttate, rimangono, anzi si rafforzano, gli albanesi sfruttatori. Sono loro che continuano a gestire il grosso dei traffici. Questo è dimostrato da un dato singolare: gli albanesi sono circa il 50% dei trafficanti, ma non sfruttano più le loro ragazze. Quello albanese è un mercato ormai chiuso e protetto dagli stessi sfruttatori albanesi; nessun altro, infatti – ucraini o rumeni -, riescono a sfruttare le ragazze albanesi. E’ una novità di straordinaria importanza: le etnie delle donne cambiano, ma non mutano quelle degli sfruttatori”.
In che modo arrivano in Italia le ragazze? “L’88,69 delle ragazze arriva in Italia volontariamente, mentre l’11,31 con un ingresso forzato. Tra le ragazze che arrivano volontariamente, la maggior parte viene raggirata: la promessa più comune rimane infatti quella di un posto di lavoro come barista o cameriera. Il 22% delle ragazze, invece, stabilisce un patto con il trafficante. In genere queste ragazze sanno che verranno in Italia a prostituirsi, ma non possono nemmeno immaginare le condizioni alle quale saranno costrette a vivere: non sanno che saranno sfruttate e rese schiave. Sono due, in particolare, i racconti delle ragazze più ricorrenti: il fatto di essere comprate e vendute, e le aste organizzate per venderle, dove vengono costrette a spogliarsi e poi vendute al miglior offerente”.
Dove si svolgono le aste? “Gli acquisti si svolgono principalmente in Italia, mentre le aste nell’ex Jugoslavia, ci sono tre punti cruciali in tre diverse zone. Poi ci sono gli ingressi forzati, e la modalità più diffusa rimane sempre il rapimento. In ogni caso, negli anni, gli ingressi forzati sono diminuiti, mentre aumentano quelli volontari”.
Quali sono le rotte della tratta? “Le rotte rimangono le stesse, ma dalla Romania e dalla Moldavia sono diventate moltissime. Questo dimostra che i gruppi criminali sono molti e differenti tra loro, alcuni dei quali mafiosi; oltre agli esseri umani trafficano infatti armi e droga. Ogni gruppo, comunque, controlla un pezzo del traffico. In particolare, dalla Moldavia all’Italia, ci sono due punti cruciali: l’Ungheria e l’ex Jugoslavia, due zone cerniera. A volte le donne vengono già vendute e comprate nei diversi spostamenti (come avviene nell’ex Jugoslavia), più spesso, invece, è una vera e propria staffetta, chi le accompagna viene pagato per il viaggio che fa.
Cosa è cambiato, invece, in Italia? “In quanto ai luoghi dello sfruttamento, la prostituzione di strada sta diminuendo, mentre aumenta sempre più quella al chiuso, in appartamento o nei locali. Si sta insomma verificando una ‘clandestinizzazione’ della prostituzione, molto pericolosa: le ragazze in strada sono comunque più libere, hanno la possibilità di farsi aiutare. Le case, invece, diventano prigioni. Quello che sta succedendo è che si creano due mercati: uno in strada, con una prostituzione a basso costo, e uno per ricchi, al chiuso. A questo proposito va detto che il disegno di legge Bossi – Fini - Prestigiacomo non aiuta di certo, anzi: non fa altro che fotografare il mercato e quello che di fatto sta accadendo, così com’è, senza contribuire in alcun modo a contrastare lo sfruttamento”. (en)
Tratto da: REDATTORE SOCIALE del 30/11/2004 (ore 15.18)
|