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Prostituzione nei lager nazisti: ecco i documenti   Stampa  E-mail 

(Tratto da: Redattore Sociale del 27.01.10)
La mostra “La prostituzione forzata nei lager nazisti”, rompe il silenzio su una delle pagine più crudeli della Shoah. Obiettivo “sensibilizzare sulla violenza che le donne subiscono in tutti i momenti storici".
ROMA
- Un viaggio nei bordelli allestiti nei lager nazisti. Edifici curati, confortevoli, in cui le prostitute forzate erano costrette a ogni forma di violenza, trasformate in “ricompensa” per i detenuti più diligenti. Una pagina crudele della Shoah, forse troppo scabrosa e per lungo tempo ignorata. Ma anche un modo per riflettere sulle violenze che da sempre, in ogni società, colpiscono le donne.

A raccontarla ci pensa la mostra itinerante “La prostituzione forzata nei lager nazisti”, ideata dall’Istituto d’arte di Berlino e da un gruppo di artisti austriaci, arrivata per la prima volta in Italia, al Museo della Liberazione (fino al 14 febbraio) grazie a Be Free, Cooperativa sociale contro le vittime della tratta e di violenza.
 
Un’esposizione basata su documenti tratti dagli archivi di Stato tedeschi e dalle Case della memoria. Allestita con la finalità di “sensibilizzare alla violenza subita dalle donne in modo sistematico e trasversale ai vari momenti storici”, spiega Oria Gargano, presidente della Cooperativa Be Free. Centrale, lo sfruttamento del “corpo della donna come luogo pubblico”, spiega la Gargano, attualissimo, “in un paese, come l’Italia, in cui i diritti delle donne sono deboli e che continua ad accogliere le vittime di tratta”.
 
La riflessione può partire dalla prostituzione nei lager nazisti, cercando di colmare un intollerabile vuoto storiografico. Attraverso “una mostra che non deve essere guardata ma letta e studiata”, spiega Antonella Petricone, socia Be Free: nessuna immagine delle prostitute, ma documenti storici che raccontano il reclutamento delle donne e l’esposizione delle planimetrie dei bordelli, dei “buoni premio” per accedere alle case di piacere, dei registri dei detenuti che usufruivano delle prestazioni, dei primi decreti (come quello Himmler) che, negli anni ’40 - ‘42, istituirono le case di piacere in dieci lager nazisti, tra cui Auschwitz, Buchenwald, Dachau, Sachsenhausen, in un paese in cui ufficialmente la prostituzione era proibita.
 
Donne per la maggior parte tedesche, di origine ariana (“non ci sono testimonianze di ebree, forse non erano considerate degne nemmeno di questi bordelli”, spiega Antonella Petricone), lesbiche, oppositrici al regime, le cosiddette “asociali” ritenute pericolose per la moralità pubblica, e successivamente anche prigioniere politiche. Storie mai raccontate, per la vergogna, o per l’impossibilità di ricevere qualsiasi forma di risarcimento. Schiave, protagoniste forzate di quell’esperimento dell’orrore, “creato sia per incentivare il lavoro dei detenuti, che per evitare il diffondersi dell’omosessualità”, ha spiegato Angela Ammirati, curatrice della mostra.

 

 


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