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Un’area cittadina per controllare e combattere la prostituzione. Sulla scia di Venezia, la proposta di un consigliere di An al Comune di Arezzo. Favorevoli Progetto Arcobaleno e la coop. Cat di Firenze.
AREZZO - Un quartiere cittadino pensato per controllare e combattere la prostituzione. E’ quanto ha proposto Pietro Alberti (An), consigliere comunale ad Arezzo, muovendosi sulla scia di quanto ha progettato l’amministrazione comunale di Venezia. Il sindaco e l’assessore alle politiche sociali della città veneta hanno infatti proposto alla giunta la creazione di un’area cittadina ‘a basso impatto’ per la popolazione residente, in cui possa essere garantita l’incolumità delle ragazze. “Anche ad Arezzo, nella zona preposta potrebbero sorgere punti di sicurezza e tutela sanitaria, oltre a spazi informativi e di orientamento, con un adeguato controllo da parte delle forze dell’ordine – spiega Alberti – La città ne guadagnerebbe dal punto di vista dalla tutela della salute ma anche da quello dell’immagine, togliendo le ragazze dalle strade, affrancandole dal racket della malavita e salvaguardandone in qualche modo la dignità”. Lì infatti sarebbe possibile – continua Alberti – “creare dei box attrezzati per garantire anche la privacy. Invece di proposte demagogiche e poco concrete, credo sia giunta l’ora di affrontare il problema della prostituzione in altra maniera, mettendo in cima alle priorità la difesa della salute dei cittadini, la dignità delle ragazze e la lotta alla criminalità”. Ipotesi come queste “al primo impatto possono richiamare l’idea della segregazione – commentano gli operatori del Progetto Arcobaleno e della Cooperativa Cat, attive da anni sul campo, se pur in territorio fiorentino –. Tuttavia, a nostro parere, questo può essere un modo efficace per consentire alle Unità di strada di mantenere un contatto con le ragazze, soprattutto in relazione alla tutela e alla prevenzione sul piano sanitario, evitando così che si verifichi lo spostamento negli appartamenti, cosa che rende naturalmente difficile proseguire il nostro lavoro. Non diciamo che questa ipotesi è la soluzione, rappresenta un tentativo di mediazione, che può anche aiutare a ridurre il conflitto sociale tra queste realtà e le persone che vivono sul territorio. Si tratta in sostanza di procedere per ‘fasi esplorative’, e di verificare poi come evolvono le situazioni. La cosa certa è che se non si prova non si potranno mai avere risultati”. (sm)
Tratto da: REDATTORE SOCIALE |