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Prostituzione e case chiuse   Stampa  E-mail 

Il parere della Caritas di Bologna

La Caritas di Bologna, da anni impegnata nel problema della prostituzione e della tratta di esseri umani interviene nel dibattito sviluppatosi in questi giorni sui media.
L'attuale dibattito riporta un'attenzione su un falso problema: le donne italiane che scelgono liberamente di prostituirsi, in gran maggioranza lo fanno in appartamenti o comunque in luoghi chiusi e riservati. Solo una minima parte esercita per strada, per lo più per una esigenza immediata (ad es. acquisto di droga).
La prostituzione che viene esercitata per strada, e che sta determinando il "disgusto" di tanti, è effettuata quasi esclusivamente da donne straniere di cui la maggioranza in stato di schiavitù. Le altre che lo fanno per scelta personale, sono comunque sotto "la protezione" di uno sfruttatore.
Tutte queste donne prostituite sono irregolari o clandestine per cui, in funzione di una eventuale proposta di regolamentazione della prostituzione, si dovrebbe ricorrere o ad una "pulizia" generale e indiscriminata con retate ed espulsioni o ad una sanatoria ad hoc.
Le donne che scelgono di esercitare la prostituzione come un qualsiasi lavoro e che si battono con orgoglio per un riconoscimento di diritti e doveri, in realtà sono una minoranza. Le altre, pur svolgendo questa attività, hanno forte reticenza nel dichiararlo pubblicamente (alcune di loro hanno figli che non conoscono l'attività materna).
La crescita esponenziale di domanda di sesso a pagamento porta anche ad una attenzione sul cliente che, secondo recenti indagini, è collocato in due principali fasce di età: tra 18 e i 23 anni e tra i 35 e i 45 anni (questi ultimi per lo più coniugati). Questi stessi clienti manifestano forti disagi nel vivere la propria sessualità e in particolare la scelta, sia pure occasionale, di ricorrere alle donne in prostituzione è espressione di opulenza e di edonismo mercantile che offuscano il riconoscimento di valori che sono parte fondante della crescita di una società, come di una famiglia.

Riaprire le case chiuse?
Rivedere alla luce di queste problematiche la legge Merlin sembra del tutto inutile, anzi rischia di essere un passo indietro rispetto a quanto finora questa legge è riuscita a determinare (dal rispetto della donna, a un adeguato inserimento lavorativo delle stesse).

Inutile è anche criminalizzare il cliente in quanto è inefficace e non rispettoso della dignità della persona. Nell'ambito della Legge Merlin resta comunque un nodo da sciogliere, quello relativo al reato di adescamento e di favoreggiamento. Fare oggi una legge sul riconoscimento della prostituzione come attività lavorativa e quindi con possibilità di esercitarla secondo diritti e doveri, sarebbe nocivo in termini culturali. Infatti ogni legge esprime un valore riconosciuto come bene all'interno della convivenza sociale e umana. C'è inoltre da sottolineare che nel pensare comune, soprattutto dei più giovani, esiste la convinzione che se c'è una legge, quanto essa promulga è comunque un bene.

Si potrebbe così arrivare al paradosso di abbandonare ogni positiva conquista nell'ottica della promozione della donna, di una relazione matura e responsabile con l'altro sesso; e, di conseguenza, attenuare fino ad annullarla, la tensione a sviluppare progetti educativi.

Quali conseguenze?
Pur riconoscendo, ma non condividendo, che in uno Stato pluralista quanto si instaura tra cliente e donna in prostituzione (o come eufemisticamente viene chiamata, operatrice del sesso) è un contratto privato tra adulti, rimane comunque da rilevare una sorta di discriminazione che resta inaccettabile: da un lato chi, prostituendosi, fa fronte a esigenze che la società non riesce a soddisfare (da quelle economico-lavorative a quelle culturali, sociali e anche psicologiche); dall'altro il cliente che, con il potere del denaro, riesce a soddisfare le proprie esigenze senza tener conto delle situazioni della persona che incontra. Al di sopra delle persone "vince", ancora una volta, il denaro.
Il dibattito in corso, pur facendo i distinguo tra libera scelta e riduzione in schiavitù, non riesce a chiarire le diversità tra le parti e soprattutto la non pari opportunità di partenza. Inoltre non prospetta soluzioni ulteriori: innanzitutto per un lotta ferma e convinta alla criminalità organizzata, e in secondo luogo per favorire un processo di crescita umana che tenga conto della relazione fra persone e fra sessi, della comunicazione e del superamento dei disagi umani, psicologici, economici.
Considerato che la prostituzione di strada è effettuata maggiormente da donne vittime di tratta, toglierle dalla strada e portarle nelle "case chiuse" rischia di non dare loro più alcuna opportunità di incontrare operatori di strada, legandole unicamente al solo sfruttatore e al cliente, con una maggiore difficoltà di avere un aggancio con l'esterno. Inoltre, come già verificatosi, questo potrebbe aumentare notevolmente i casi di disturbi psichiatrici.

 C'è anche da rilevare che la crescente difficoltà di attuazione dell'art. 18 del Testo Unico sull'immigrazione e la diminuzione dei sovvenzionamenti dei progetti di accoglienza, sempre sulla base dello stesso articolo, potrebbe far venir meno sia opportunità di uscita dalla prostituzione per le vittime, sia azioni di sensibilizzazione sul territorio.

Dal dibattito in corso dovrebbe emergere con maggiore chiarezza sul piano culturale e sociale la necessità di:
1) riaffermare la dignità della donna, anche a partire dalla considerazione che il corpo è un valore della persona;
2) un impegno maggiore per costruire progetti di liberazione della donna che sulla strada o in appartamento o in circoli subisce una vera e propria schiavitù e nuove forme di sfruttamento;
3) lavorare nelle scuole, nei luoghi di aggregazione giovanile per un'educazione alla sessualità e al rispetto del corpo, abbandonando ogni forma di disprezzo della dignità della donna;
4) costruire progetti di sensibilizzazione e di condivisone, di sviluppo dei Paesi del Sud del Mondo o dell'Est europeo, a favore del lavoro, dello studio e della pari dignità delle donne, così da salvaguardare ragazze minorenni e donne, dall'ingresso in circuiti perversi di sfruttamento e di schiavitù o dall'umiliazione di perdere ciò che è parte importante di sè: il dono del proprio corpo.

Come cristiani, inoltre, crediamo e riaffermiamo il valore sacrale del corpo umano, volto della persona, "tempio dello Spirito Santo". Perciò esso non può divenire merce di scambio, strumento contrattuale. Ci si domanda: se il dibattito in campo medico sulla donazione degli organi ha portato a considerare immorale vendere parti del proprio corpo, è possibile accettare che il corpo sia posto in vendita, in qualsiasi forma?


 

 


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