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Secondo un documento pubblicato dall'organizzazione britannica «Save the Children», è diventata pratica quotidiana e accettata da tutti che in Liberia minorenni abbiano rapporti sessuali nei campi profughi in cambio di cibo o di denaro.
LIBERIA - Le comprano con la promessa di un profumo, di un vestito, o talvolta solo di una gita in macchina: così ragazzine e bambine, anche di 8 anni appena, finiscono sfruttate sessualmente nei campi profughi in Liberia. Ma ciò che fa ancora più scandalo è che i loro aguzzini siano proprio i lavoratori di organizzazioni umanitarie, persino caschi blu, che dovrebbero proteggerle. A lanciare l'accusa è «Save the Children», l'Ong (organizzazione non governativa) che si dedica alla protezione dell'infanzia e alla denuncia delle situazioni critiche come in questo caso. Secondo un documento pubblicato ieri dall'organizzazione britannica, è diventata pratica quotidiana e accettata da tutti che minorenni abbiano rapporti sessuali nei campi profughi in cambio di cibo o di denaro. Gli uomini che abusano delle ragazzine possono essere commercianti o altro personale che lavora nei campi, membri delle forze dell'ordine, insegnanti, lavoratori umanitari di Ong o soldati delle forze internazionali di mantenimento della pace.
Già in passato, operatori umanitari e caschi blu delle Nazioni Unite erano finiti in simili e squallide vicende, che avevano tutte per ambientazione i campi profughi in Africa. Di fronte alle denunce, a Palazzo di Vetro avevano promesso inchieste severe e provvedimenti esemplari, avevano anche giurato che non si sarebbero più ripetuti fatti del genere. Ma così purtroppo non è stato. «Save the children» sottolinea che malgrado qualche «iniziativa sia stata presa per limitare lo sfruttamento sessuale e gli abusi, ben poco è cambiato dal 2002 a questa parte. Nei campi profughi della Liberia, sono numerose le ragazzine che continuano ad avere - afferma il documento dell'Ong - relazioni sessuali regolari con uomini in divisa militare o umanitaria.
Lo studio di Save the Children è stato fatto sulla base di interviste con 315 persone: il 23% ragazzi, il 26% ragazze, il 27% uomini adulti e il 24% donne adulte. Le risposte hanno delineato un quadro di abbrutimento: «certe bambine e ragazzine accettano di prostituirsi per una birra, o per poter vedere una video cassetta - si legge nel rapporto - I genitori hanno spiegato di non avere la capacità di impedire alle loro figlie di avere rapporti sessuali in cambio di regali in quanto non hanno i mezzi economici per potersi occupare di loro».
«È ora che tutto ciò finisca», ha dichiarato ieri, in una conferenza stampa a Londra, la presidente dell'Ong, Jasmine Whitbread. «Gli uomini che si servono del loro potere per approfittare di bambini innocenti devono essere denunciati e licenziati», ha aggiunto. La speranza è che, rispetto al passato, questi appelli non cadano più nel vuoto.
La nuova presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, prima donna africana Capo di Stato e economista di fama internazionale, ha fatto della lotta alla prostituzione e allo sfruttamento infantile una delle sue bandiere. Per anni, la Liberia è stata insanguinata da una terribile guerra civile, sotto il regime dell'allora presidente Charles Taylor, cacciato nell'estate 2003, rifugiatosi in Niger, e rimandato in patria il 29 marzo scorso. La guerra ha dissanguato completamente l’economia del paese mettendo la popolazione in ginocchio. Tratto da: Il Mattino del 09.05.06
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