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Solo meno del 10% sa che viene in Italia a prostituirsi   Stampa  E-mail 

Intervista a Paola Vitiello, Operatrice presso la Caritas diocesana di Bologna di Cinzia Guadagnuolo e Davide Martini.

Qual è l'obiettivo della Caritas rispetto al problema della prostituzione?
La Caritas si occupa principalmente, all'interno del progetto "Oltre la Strada" del sostegno delle donne vittime della tratta per sfruttamento sessuale, con l'intento di aiutarle a sottrarsi a una situazione di violenza e a inserirsi positivamente nella società.
Ma i nostri obiettivi sono ancora più ambiziosi: indebolire il racket e far crescere la consapevolezza da parte della gente comune che le donne vengono costrette a prostituirsi anche perché la domanda di sessualità a pagamento è in continua crescita. La Caritas sta, proprio in questi giorni organizzando  un incontro
su questo tema.
Più in generale, noi ci occupiamo di immigrati, svolgendo un servizio di ascolto, orientamento e sostegno. Ogni giorno ci sono tante persone che si rivolgono a noi per le situazioni di difficoltà più diverse. In primo luogo desideriamo essere un luogo di ascolto…. Immaginate di trovarvi voi in Cina, e non sapere a chi rivolgervi, ad avere problemi enormi con la lingua e non avere punti di riferimento…. In un secondo momento cerchiamo di mettere in rete le nostre competenze e risorse con quelle degli enti pubblici, del volontariato e dell'associazionismo, per affrontare i problemi specifici che abbiamo riscontrato.

Lei è in contatto ogni giorno con ragazze che vogliono uscire dal giro della prostituzione. Le raccontano come sono arrivate in Italia? Conoscevano già quale sarebbe stato il loro futuro?
Delle ragazze che abbiamo aiutato nel 2000, la maggior parte arriva dagli stati dell'ex Unione Sovietica (Ucraina, Moldavia, Russia) ma un numero consistente arriva anche dalla Nigeria, e dalla Romania. Sono ragazze tra i 18 e i 22 anni, quelle più "vecchie" ne hanno 25. Era stato loro promesso un posto di lavoro in Italia e solo meno del 10% sapeva che sarebbe venuta a prostituirsi (a condizioni, però, molto diverse da quelle effettive).

Quali sono le fasi più delicate del percorso?
Tutto il percorso è in salita, ma il momento in cui è più necessario il sostegno delle nostre operatrici è il momento della denuncia degli sfruttatori e del processo. Noi infatti cerchiamo di far capire alle ragazze quanto sia importante il loro contributo per la lotta alle organizzazioni criminali che gestiscono il racket. Lo scorso anno ad esempio a Bologna una grossa banda di trafficanti è stata condannata a scontare una pena di 12 anni proprio grazie alle testimonianze di alcune nostre ragazze.

Quante donne hanno partecipato al percorso e quante lo hanno terminato lo scorso anno?
Complessivamente nel 2000 abbiamo seguito 68 ragazze, di cui 20 avevano iniziato il percorso già dal 1999.Di queste, 46 stanno già lavorando e hanno quasi totalmente conquistato l'autonomia. La maggior parte lavora all'interno di imprese di pulizie o di famiglie come assistenti di anziani, colf o baby-sitter. Ma l'orizzonte degli impieghi offerti alle nostre ragazze si sta allargando: alcune sono operaie, altre commesse, segretarie, o ancora cameriere.

C'è una cosa, secondo lei, che è urgente che tutti capiscano sulla prostituzione?
Sì, mi piacerebbe che i clienti si chiedessero se è "normale" che una ragazza di vent'anni si trovi di notte sui viali e si rendessero conto che non siamo in presenza di una scelta libera , ma di una vittima di organizzazioni criminali. E ancora che il fatto che il cliente paghi non può rappresentare un alibi, perché gli esseri umani non possono essere né venduti, né comprati.

Un approfondimento di Roberta Giacobino

 


 

 


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