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Suor Eugenia Bonetti al seminario di formazione "La detenzione dei migranti in Italia".   Stampa  E-mail 

Nel Cpt di Ponte Galeria a Roma operano 14 suore di 11 congregazioni e di 8 nazionalità, per offrire sostegno alle detenute africane ed est europee e alle straniere irregolari in attesa di rimpatrio. Parla suor Eugenia Sonetti.

ROMA - Nel Cpt di Ponte Galeria, a Roma, operano 14 suore di 11 congregazioni e di 8 nazionalità, per offrire sostegno spirituale e materiale alle detenute africane ed est europee (quasi tutte vittime di tratta) e alle straniere irregolari in attesa di rimpatrio. Lo racconta suor Eugenia Bonetti, la prima religiosa a entrare nella struttura romana nel 2003. La suora è intervenuta oggi pomeriggio al seminario  di formazione “La detenzione dei migranti in Italia. Aspetti legislativi, psicologici e sociali”, promosso alla Sala Assunta dal Centro Astalli in collaborazione con Jrs Europa. “Attualmente l’80-90% delle donne trattenute sono vittime della tratta delle prostituzione, mentre il 50% degli uomini provengono dal carcere (contro l’1-2% delle donne) – ha riferito suor Bonetti -.

Sono comuni i casi di persone che hanno trascorso 3 o 4 periodi di trattenimento nel centro”. Suor Eugenia, venuta a sapere della presenza numerosa di nigeriane e del loro desiderio di un’assistenza religiosa nella propria lingua, nel 2002 chiese di poter accedere al centro con altre religiose per “poter offrire assistenza religiosa e sostegno morale-psicologico alle donne in attesa di espulsione”.

“Anche un centro di permanenza può e deve diventare un luogo di speranza e di rispetto dei fondamentali diritti umani, pur nella diversità delle varie culture, offrendo a ogni persona tutte le opportunità per sentirsi capita, accolta e aiutata a gestire una situazione negativa che certamente potrebbe avere un riscontro psicologico e sociale drammatico per lei e per la famiglia”, ha osservato suor Bonetti, raccontando: “Il rimpatrio coatto ha un impatto molto deleterio specialmente sulle nigeriane che, spesso, reagiscono male e con tanta violenza; mentre le ragazze dell’Est, molto più vulnerabili e a volte anche incoscienti, non si preoccupano più di tanto, perché sanno che se vogliono ritornare in Italia hanno ancora delle opportunità; quindi non si preoccupano di rispettare né le nostre normative, né tengono conto del foglio di espulsione ricevuto”.

Tratto da: Redattore Sociale del 16/12/2005 (ore 17.55)


 

 


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