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Si chiude a Firenze la conferenza europea contro la tratta: ''Una questione di sicurezza o di diritti umani?''. Le domande e gli spunti critici rivolti a politici e istituzioni.
FIRENZE - “Dobbiamo continuare ad affrontare la tratta degli esseri umani come una questione di sicurezza o possiamo cominciare a considerarla anche una questione di diritti umani? Se sì, quando e come? E se no, perché?”. E’ una delle questioni cruciali rivolte oggi alle istituzioni, nazionali ed europee, da parte degli organismi e delle associazioni riunite a Firenze per la giornata conclusiva della Conferenza “Insieme contro la schiavitù contemporanea”, promossa da Emmaus Internazionale e Emmaus Europa in collaborazione con l’Istituto degl’Innocenti.
“Quando diventerà una priorità nei programmi dei Paesi europei la ratifica degli strumenti internazionali per i diritti umani, che garantiscono diritti e protezione alle vittime della tratta?”, hanno chiesto le organizzazioni, richiamando l’attenzione sulla Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (risoluzione 45/158) l'8 dicembre 1990, entrata in vigore il 1° luglio 2003 in seguito alla ratifica del trattato, avvenuta il 14 marzo 2003. Ad oggi 27 paesi nel mondo l'hanno ratificata, ma la Bosnia-Erzegovina rimane l'unico paese europeo ad averla firmata. E ancora: “La Convenzione europea sulle azioni anti-tratta è stata aperta alla firma durante il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo a Varsavia, il 16-17 maggio 2005”: qual'è dunque lo stato delle cose e il programma per la firma e l'eventuale ratifica di questa convenzione da parte dei rispettivi Stati membri?. Chi controlla i progressi ottenuti in materia di implementazione delle legislazioni europee contro la tratta? Una questione si lega anche al fatto se l'Unione Europea e gli stati membri stiano studiando il fenomeno della tratta e le sue ragioni, e quale istituzione dell'Unione sia responsabile per la raccolta dei dati sui casi anti-tratta nella UE e in tutto il territorio europeo.
Si è ricordato in questo senso che secondo l’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) più del 90% delle vittime rimpatriate in Ucraina sono state rimpatriate e reintegrate con successo nella società ucraina. Ma le Nazione Unite hanno anche riportato che più del 95% delle vittime rimpatriate nei rispettivi paesi dell'est europeo sono scomparse dopo il loro ritorno. Rimane quindi aperta anche un’altra questione: chi valuta la sicurezza delle vittime della tratta prima che queste tornino nel loro paese d'origine e dopo il loro rientro nella società di origine? Esistono istituzioni o organizzazioni europee o governative che controllano il ricongiungimento familiare, in particolare nei casi che coinvolgono bambini nei loro paesi di origine? Questi i temi sul tappeto che le istituzioni e l’intera società civile sono chiamati ad affrontare.
Tratto da: Redattore Sociale del 21/10/2005 (ore 16.36) |