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I dati di ''West'', progetto che si è concluso a Bologna.   Stampa  E-mail 

Uno sfruttamento sempre più ''invisibile''; calano le albanesi, aumentano rumene e moldave. Gli sfruttatori? Albanesi (47%), ma aumentano gli italiani (23%).

BOLOGNA – Uno sfruttamento sempre più “invisibile”, che punta a lasciare per minor tempo le donne in strada. Un progressivo calo delle “lei” albanesi, un aumento delle rumene e delle moldave. Gli sfruttatori? In prevalenza albanesi (47%), ma cominciano a farsi strada gli italiani (23%) e sono in forte crescita i rumeni. Infine non mancano le donne, soprattutto dall’Ucraina, coinvolte nelle organizzazioni criminali. Sono alcuni degli elementi messi a fuoco da “West” (acronimo di Women east smuggling trafficking), progetto finanziato nell’ambito dell’iniziativa comunitaria Interreg III B-Cadses sul tema della tratta di donne e minori a scopo di sfruttamento sessuale dall’Est Europa, che si conclude oggi pomeriggio a Bologna, al Teatro Testoni, con un incontro-conferenza organizzato dalla Regione Emilia-Romagna, in qualità di capofila.

Nella realizzazione di “West” si sono impegnati per 30 mesi nove partner tra Regioni, Ong ed Enti locali. Il dibattito di oggi ha come punto di partenza i risultati finali di due delle tre ricerche condotte nell’ambito del progetto: la prima, sui flussi e le rotte della tratta dall’Est Europa, ha preso in esame 1055 documenti giudiziari, per un totale di 16.389 pagine, tra cui sentenze di Corte d’Assise, di Tribunali, verbali di denuncia raccolti in 9 regioni italiane. “Dall’esame di quest’impressionante mole di documenti relativa al periodo 1996-03 – dice l’assessore regionale alle Politiche sociali, Anna Maria Dapporto – emergono sia alcune conferme che interessanti novità”. Gli sfruttatori sono perlopiù albanesi (circa il 47%) ma ci sono anche gli italiani (23%), mentre crescono i rumeni. Particolarmente rilevante il fatto che nelle organizzazioni criminali quasi il 20% sia rappresentato da donne (in prevalenza ucraine) seppure con ruoli di controllo e secondo piano. Vittime dello sfruttamento sono prevalentemente donne tra i 17 e i 22 anni, di nazionalità rumena (quasi il 33% del campione) seguite dalle moldave (22%), dalle albanesi e dalle ucraine (15% circa per entrambe le nazionalità). Dal 1996 al 2003 si registra inoltre un progressivo calo delle albanesi (dal 40 al 15%) e un aumento delle rumene e delle moldave (queste ultime dal 4,58 al 19,12%). “La ricerca – aggiunge l’assessore Dapporto – ha consentito di realizzare un vero e proprio atlante storico-geografico delle rotte della tratta: spesso si tratta di viaggi caratterizzati da innumerevoli passaggi di mano in mano, una lunga catena che accompagna la donna dal paese d’origine a quello di destinazione”. Tra le rotte che portano in Italia, “oggi la più significativa è quella terrestre, che passa dall’Austria o dai paesi della ex Jugoslavia e – conclude l’assessore – con la recente adesione all’Ue di nuovi Stati membri assistiamo a uno vero e proprio slittamento verso est delle frontiere”.

Oggi, al Teatro Testoni, viene presentata anche un’altra ricerca, quella sulla prostituzione invisibile, avviata a partire da segnalazioni provenienti da molte zone, anche dell’Emilia-Romagna. La ricerca ha messo in luce un fenomeno complesso: la prostituzione su strada non sta scomparendo, ma ciò non vuol dire che non stia adottando elementi di “invisibilità”. Dallo studio emerge infatti il ricorso da parte di chi sfrutta a una maggiore mobilità delle donne, alla diversificazione degli orari e delle presenze giornaliere e notturne, allo spostamento del consumo al chiuso in seguito a un appuntamento telefonico con il cliente. Di fatto, se una donna un tempo rimaneva in una determinata zona diversi mesi, oggi non è più così. Ma aumentano le donne coinvolte nel giro, tra cui le minorenni, e gli stessi progetti migratori sono sempre più spesso temporanei e ripetuti nel tempo. “L’obiettivo della Regione – conclude Anna Maria Dapporto – è oggi certamente quello di capitalizzare i risultati e le indicazioni ottenuti con il progetto ‘West’ e di migliorare gli interventi sociali rendendoli più aderenti ai bisogni e alle aspettative di queste donne che, certamente, sfuggono da paesi segnati da gravi situazioni di disgregazione familiare, sociale ed economica”.

Tratto da: Redattore Sociale del 06/06/2005 (ore 12.41)


 

 


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