|
Un avvocato impegnato in una unità di strada, a contatto con i minori stranieri non accompagnati: è l’esperienza di Susanna Matonti, membro del Comitato romani per i minori stranieri.
ROMA - “L’idea di un’unità di strada rivolta ai minori stranieri nasce tre anni fa, nel 2002, all’interno del progetto Solidea, sperimentata dai responsabili dello stesso progetto: Antonella Inverno e Giancarlo Spagnoletto – racconta -. Una volta alla settimana è previsto un intervento su strada dell’équipe del centro diurno ‘Il cantiere’, formata da due operatori sociali, un avvocato e un peer-consuler. La composizione dell’équipe risulta sicuramente un fattore importante per la riuscita dell’intervento”. “La presenza di un avvocato è l’elemento di disturbo – lo dico in senso positivo – perché è una di quelle figure che non ti aspetteresti di trovare sulla strada e che proprio per questo può alle volte catturare l’attenzione del minore – riferisce Matonti -.
Con riferimento al mio specifico ruolo di avvocato posso affermare che l’unità di strada diventa uno strumento molto importante attraverso il quale i diritti raggiungono anche chi ignora di esserne legittimo titolare. Non è sufficiente enunciare principi e normative, stipulare e ratificare convenzioni che tutelano e difendono il minore: i diritti che non sono conosciuti non potranno essere esercitati, nessuna tutela sarà realizzata o garantita”. All’avvocato di strada, dunque, “è affidato il delicato compito di rendere visibili quei diritti agli occhi di chi troppo spesso ne ignora l’esistenza e di renderli al contempo fruibili affinché possano finalmente trovare respiro”, continua Matonti. Inoltre attraverso l’unità di strada viene data agli operatori la possibilità “di accertare una serie di violazioni dei diritti dei minori da parte di coloro che dovrebbero intervenire in loro difesa. Basti pensare ai minori fermati dalle forze dell’ordine, le quali non si preoccupano di illustrare al giovane quali sono le alternative per lui alla vita su strada – afferma l’avvocatessa -. Ma paradossalmente può accadere di assistere alla negazione, o meglio al rifiuto, della condizione di minore da parte degli stessi minori stranieri, sempre più alla ricerca di una avida emancipazione”.
La mappatura del territorio è certamente un’ulteriore tappa significativa del lavoro su strada, che permette di rilevare “le zone di aggregazione dei minori e le ragioni che li spingono a ritrovarsi proprio in quei luoghi”; poi gli operatori passano all’individuazione dei bisogni e dei disagi che accomunano il gruppo, “alle dinamiche relazionali che nascono e si sviluppano anche come riflesso dell’ambiente che li circonda (dove hanno scelto o dovuto insediarsi)”. Grazie all’unità di strada si riesce a realizzare “una primissima forma di accoglienza metropolitana”, sostiene Matonti; all’interno dell’équipe è prevista la presenza di un ‘peer-consuler’, un operatore di nazionalità rumena che aiuta molto ad entrare in relazione soprattutto con i ragazzi di Piazza della Repubblica e che in molti casi “ha fornito un’importante chiave di lettura del fenomeno permettendoci naturalmente di conquistare la fiducia di questi minori dai sogni incredibilmente arditi”.
Tratto da: Redattore sociale del 23/05/2005 (ore 15.38).
|