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ROMA - Esce nelle sale “Terra promessa”, film di Amos Gitai (che è anche tra i produttori e sceneggiatori) che racconta la tratta di “schiave bianche” in Israele, vendute all’asta come bestiame e destinate ad essere vessate, percosse e stuprate.
ROMA - Distribuita da Lady film, la pellicola (88 minuti) ha vinto al 61° Festival del cinema di Venezia il premio “Il cerchio non è rotondo. Cinema per la pace e la ricchezza della diversità”. “Durante le riprese è apparso evidente che l’intimidazione e l’umiliazione continua delle vittime è necessaria al sistema del traffico. Senza di ciò non sarebbe possibile la trasformazione delle donne in merce da vendere, consumare e abusare”, afferma il regista, che ha scelto Hanna Schygulla come interprete di Anna, trafficante di schiave bianche, condotte nell’appartato Hostess Club. Solo l’arrivo di una giovane turista, Rose, offre loro uno spiraglio di speranza in questa lenta discesa verso l’inferno. “Mentre esploravo l’idea del crimine organizzato che va oltre i confini del Medio Oriente, ho notato il crescente traffico di donne: la schiavitù moderna. Le donne sono trasformate in merce da organizzazioni internazionali che trafficano in schiave bianche.
Vengono deportate dai loro paesi d’origine, soprattutto dall’Europa dell’Est. Dal deserto del Sinai attraversano il confine d’Israele e vengono poi distribuite in varie città israeliane; alcune anche sul versante ovest”, riferisce Gitai. Prima di iniziare le riprese del film ha svolto ricerche approfondite utilizzando i rapporti scritti dalle organizzazioni per i diritti umani in Israele e altrove: “Centinaia di pagine di testimonianze da parte delle vittime del traffico di schiave bianche che hanno rivelato l’esistenza di queste reti internazionali, descrivendone dettagliatamente i meccanismi. Questi documenti sono stati il mio punto di riferimento per stabilire la realtà su cui basare la storia fittizia del film”.
Tuttavia, “le testimonianze e i rapporti descrivono cose ben peggiori di quelle che ho rappresentato sullo schermo. È stata una sfida per tutti coloro che hanno lavorato sul film. Come rappresentare la discesa agli inferi? In quali termini cinematografici possiamo esprimerla?”, si è chiesto il regista, osservando: “Il cinema ha in un certo senso contribuito a spettacolarizzare la prostituzione. Molti film continuano a propagare l’idea romantica del bordello o delle squillo di lusso ecc. La verità però è che proprio nella nostra epoca le tecniche di commercializzazione della prostituzione hanno raggiunto nuove vette nei brutali meccanismi di commercio di schiave-prostitute. Ho deciso di non rendere romantica la dura realtà di queste donne”.
Tratto da: Redattore Sociale del 20/05/2005 (ore 17.08).
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