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Nancy, dalla strada a mediatrice culturale.

«Mi avevano promesso un lavoro da cameriera, sono finita prigioniera».

Nancy ha 33 anni, viene dall’Ucraina, da una città vicino al Mar Nero dove faceva la ragioniera. È bionda e bella. È arrivata qui nel 1997, con la promessa di un lavoro come cameriera. «Invece lo stesso giorno in cui sono arrivata, gli sfruttatori mi hanno tolto i documenti e il giorno dopo ero già sulla strada», racconta, con negli occhi ancora un’ombra di tristezza. «Ci sono rimasta sette mesi. C’è tanta paura e disperazione per strada, ferite che non guariscono più».
Nancy è scappata con un cliente, che aveva promesso di aiutarla a regolarizzarsi e invece passavano i mesi e lei restava clandestina: «Poi ho incontrato i volontari dell’associazione Papa Giovanni XXIII, che mi hanno veramente aiutata, tanto che ho cominciato a lavorare con loro, per avvicinare le ragazze, che spesso non sanno parlare l’italiano, e fare da mediatrice. C’è molta diffidenza, alcune ne hanno passate tante che non si fida no più di nessuno».
La storia di molte prostitute somiglia a quella di Nancy, che prima di arrivare in Italia era stata portata in Jugoslavia per lavorare in un bar-ristorante, che si è rivelato chiuso o inesistente, e quindi in Italia con un passaporto jugoslavo, dove è iniziato l’inferno. «Non c’è possibilità di parlare tra ragazze, perché si viene chiuse in una casa, la sera portate sulla strada, tenute d’occhio a vista e alla mattina riportate a casa. Quando sono stata presa dalla polizia, ho sperato per un attimo di potermi salvare. Ma si sono limitati a darmi il foglio di via, nessuna domanda».


Tratto da L’Arena




 

 


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