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Pagina 1 di 2 Chiuso il progetto Alnima: ha coinvolto un centinaio di beneficiari, in particolare rimpatriati ex detenuti e vittime della tratta coinvolte nella prostituzione.
TORINO - Ha coinvolto circa 100 persone, cittadini originari del Marocco, dell'Albania e della Nigeria, costretti a ritornare nei loro Paesi perché ex detenuti oppure vittime della tratta. Ha riguardato la fascia più debole dei migranti il progetto internazionale Alnima (che sta per Albania-Nigeria-Marocco) rivolto ai clandestini, alle vittime del traffico di persone e agli individui resi vulnerabili dalle proprie condizioni socio-economiche nei paesi d’origine. L'obiettivo del progetto, che si è concluso in questi giorni, era di garantire agli immigrati costretti al rimpatrio gli strumenti necessari per diventare membri autonomi e produttivi all'interno della propria società. Finanziato dalla Commissione europea, ha offerto ai suoi beneficiari (detenuti nelle carceri piemontesi o nei Centri di permanenza temporanea o, ancora, vittime della tratta), una volta espulsi, di seguire un percorso di reinserimento socio-lavorativo nel proprio Paese, attraverso percorsi di formazione professionale, microcredito e assistenza tecnica per l’avvio di micro-imprese. “Il progetto – spiega Giulia Miccichè dell’associazione Tampep, coordinatrice del progetto Alnima – ha coinvolto da 50 a 100 beneficiari per i diversi Paesi, sia rimpatriati ex detenuti originari dell'Albania e del Marocco, sia vittime della tratta, in particolare coinvolte nella prostituzione, originarie della Nigeria. Che si tratti di rimpatrio forzato o volontario, il progetto ha riguardato i soggetti più deboli”. Come ha funzionato Alnima? “Si poteva fare molto di più – ha sottolineato Giulia Miccichè -, ma i fondi destinati al progetto ora sono finiti. All'inizio c'era una sorta di diffidenza, per la situazione molto delicata e complicata che si trovano a vivere i migranti costretti a tornare nei loro Paesi, poi con il passaparola si è esteso, ci sono state insomma moltissime richieste. La criticità è dovere interrompere il progetto proprio adesso”. I risultati ottenuti sono stati comunque molto buoni: “siamo riusciti a creare una rete di Ong locali, nigeriane, albanesi e marocchine, e a coinvolgere le istituzioni dei tre Paesi – aggiunge la coordinatrice di Alnima -, che ora sanno come lavorare sul problema. Abbiamo insomma gettato le basi per poter realizzare progetti simili, per poter portare avanti una politica che sostenga le persone al rientro nei Paesi d’origine”.
Il progetto è dunque arrivato all’ultimissima fase: dopo stage di formazione lavoro e percorsi formativi, vengono ora concessi i microcrediti perché chi torna in patria possa avviare la propria attività imprenditoriale. I risultati del progetto vengono presentati a Torino, il 3 e 4 marzo, presso il Centro Congressi Villa Gualino in viale Settimio Severo 63, nella conferenza dal titolo "Più integrazione, più sviluppo, più sicurezza. Esperienze innovative di gestione delle migrazioni", organizzata dalle Ong Cespi, Coopi, Tampep e Srf. La conferenza vuole essere un momento di scambio tra i partner che hanno lavorato al progetto, ma soprattutto un'occasione di incontro con realtà italiane che si occupano dei problemi di integrazione degli immigrati in Italia. Il CeSPI, Centro Studi di Politica Internazionale, nell'ambito del progetto Alnima ha fotografato la condizione degli immigrati in Italia e ha realizzato uno studio in Marocco sui possibili settori di reinserimento dei rimpatriati; Coopi-Cooperazione Internazionale si è invece occupata dell’attività di reinserimento dei rimpatriati in Albania e Marocco attraverso microcredito e stage di formazione professionale; Tampep si è occupata delle attività legate alla condizione delle donne nigeriane immigrate in Italia e del loro reinserimento nel tessuto sociale in Nigeria, mentre Srf, Cooperativa di Torino, si occupa di ricerca e formazione e ha organizzato la formazione nel carcere di Torino Le Vallette. (en)
Tratto da: Redattore Sociale del 01/03/2005 (ore 13.50).
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